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Democraticamente ma non troppo

Infatti non si accettano commenti
June 11

Chi ha incastrato Roger Rabbit?

Chi ha incastrato Roger Rabbit?

Giugno 11, 2009 di byebyeunclesam

shamir-sangue

Un leone del deserto...

Il malvagio di turno va uccidendo persone innocenti per incastrare Roger Rabbit. Questo è tutto quello che ricordo del meraviglioso cartone animato di Zemeckis del 1988. La pellicola fa la parodia dei cosiddetti private eye films di Hitchcock, in cui il protagonista è costretto ad avanzare attraverso il mare di cadaveri delle persone assassinate da qualcuno il cui unico scopo è quello di incastrarlo. Chandler e Hammett si sono dedicati a questo genere, rigettando il tipico investigatore alla. Holmes, suonatore di violino dalla vita tranquilla. I loro eroi svelano omicidio su omicidio mentre vengono accusati e inseguiti dalla polizia.
Il presidente russo Vladimir Putin si è ritrovato nella scomoda posizione di Roger Rabbit. Subito dopo l´assassinio di Anna Politkovskaja, una giornalista investigativa, muore a Londra una spia passata all´Occidente - e sul letto di morte accusa Putin. Un terzo omicidio, quello dell´obeso ex primo ministro Gaidar, viene sventato per un pelo, ma ciò non evita una nuova accusa al Presidente. Sembra proprio che Putin non possa sfuggire alla triste sorte che ogni morte violenta o sospetta porti alla soglia di casa sua, secondo la migliore tradizione di Chandler. Roger Rabbit veniva incastrato da qualcuno che intendeva prendere possesso di Toon Town; nella realtà della Russia di oggi si vuole incastrare Putin per togliergli il suo potere politico e togliere alla Russia le sue risorse.
Soltanto un persona molto giovane, innocente e sincera può credere che i proprietari dei media e i loro direttori, cioè i Signori del Discorso, si preoccupino della vita di figure politiche russe di secondo rango come la Politkovskaja e Litvinenko. Essi vogliono mettere Putin sulla brace ardente, affinché lasci bombardare l´Iran dagli aerei americani, ceda Sakhalin-2 alle compagnie petrolifere occidentali, venda il gas e gli altri beni strategici nazionali a prezzo stracciato e lasci perdere la sua scelta di salvaguardare l´indipendenza politica del suo paese. Essi mostrano a Putin e anche a noi l´impressionante potere della loro macchina mediatica, questo congegno articolato, costruito per trasformare milioni di persone in zombi. Sono in grado di dettare al mondo il loro programma e presentare Putin come un assassino, Clinton come un maniaco sessuale, Chavez come un antisemita, Ahmadinejad come un nuovo Hitler, i Palestinesi come gli aggressori e gl´israeliani come le vittime. Nemmeno i papi, al massimo della loro potenza, hanno mai avuto un simile potere: qualsiasi cosa dicano i Signori del Discorso, diventa realtà.
Non mancano mai di fare riferimento ai trascorsi di Putin nel KGB, mentre, nella nostra civile società, non è bello ricordare quelli di Bush nella CIA e di Tzipi Livni nel Mossad. Ci rammentano sempre l´omicidio di un transfuga bulgaro di vent´anni fa, ma non un cenno alla ben oliata macchina assassina più grande del nostro tempo: lo Stato ebraico. Se lo fanno, ciò avviene per esprimere ammirazione, moderata da correttezza politica come nel film Munich di Spielberg. Comunque, Israele uccide, rapisce e imprigiona tutti i giorni i suoi oppositori politici: tutti i dirigenti palestinesi attivi vent´anni fa sono stati nel frattempo assassinati dagli ebrei. Ricorrono al veleno, ai missili teleguidati e alle bombe anti-bunker; il loro centro di Nes Tsiona per la guerra chimica e biologica produce veleni e congegni assassini per 007, come ad esempio le "vespe bioniche assassine".
Hanno usato il loro veleno nel tentativo di omicidio di Khaled Mashal, il dirigente di Hamas. Per fortuna però gli assassini furono fermati e catturati prima che potessero mettere a segno la loro impresa. Non c´è ormai dubbio che abbiano usato veleno per assassinare Yasser Arafat. In un articolo di "Ha´aretz" si può trovare una chiara allusione in questo senso e israeliani legati ai servizi segreti ne sono convinti. Ma veniamo al punto più interessante: l´autopsia di Arafat ha rivelato la presenza di Polonio 210 nel sangue, la stessa sostanza velenosa che ha ucciso la spia russa a Londra. Tuttavia, i Signori del Discorso e la loro macchina per modellare l´opinione pubblica mondiale hanno deriso questa scoperta e l´hanno fatta derivare da una possibile chemioterapia fatta al dirigente palestinese. Ora sostengono che questo isotopo accusa Putin, sebbene il Polonio 210 si possa acquistare liberamente tramite internet negli Stati Uniti.
Tutti gl´indici accusatori sono rivolti verso Putin. Nei giornali israeliani di oggi, una richiesta russa di reciprocità nel trattamento dei criminali arrestati (una richiesta ordinaria e del tutto usuale) viene descritta come "il ricatto di Putin"; il desiderio di possedere stazioni di servizio in Occidente e di vendere carburante ai distributori e non solo idrocarburi al pozzo di perforazione viene descritto come il "perseguimento del dominio mondiale". Putin non è fatto di ferro come i bolscevichi, ed è possibile che alla fine ceda alle pressioni, lasci che Israele bombardi l´Iran e consenta che le compagnie petrolifere occidentali facciano quello che vogliono nel suo paese, come al tempo di Gorbaciov e Eltsin. A quel punto diventerà il beniamino dei mass inedia e i suoi presunti crimini saranno dimenticati.
Questo è quanto è successo a Muammar Gheddafi: è stato accusato personalmente di ogni turpitudine e il suo paese è stato costretto a pagare somme inverosimili per il disastro di Lockerby, sebbene la Libia non c´entrasse per niente, come hanno ammesso gli osservatori internazionali al processo. Alla fine Gheddafi ha ceduto al supremo volere dei Signori del Discorso e subito sono cessati tutti gli attacchi contro di lui. Lo stesso succederà anche a Putin, se accontenterà Israele e lascerà che l´Iran sia bombardato.
La meravigliosa scrittrice indiana Arundhati Roy ha scritto che i dirigenti politici indiani sono tutti orribili; ma finché permetteranno all´Occidente di rubare le ricchezze del paese saranno al sicuro. Solo quando fanno qualche obiezione a questa rapina, essi diventano mostri agli occhi di un´opinione pubblica tanto accondiscendente. Dovremmo cercare di fermare questo stato di cose; non possiamo sconfiggere i missili Cruise statunitensi, ma possiamo e dobbiamo sabotare l´arma più potente dei Signori del Discorso, la macchina lavacervelli dei loro mass media. Possiamo farlo sottoponendo sempre a rigorosa critica tutto quello che affermano.

Da Per il sangue che avete sparso, di Israel Adam Shamir, Edizioni all´insegna del Veltro, pp. 77-79.
[per gentile concessione dell'editore]

May 29

Serraglio elettorale

di Marco Cedolin

Tutto è grottesco nella corsa elettorale che si sta consumando sotto il sole di questa canicola prematura di fine maggio. Ad iniziare dal merito delle elezioni stesse, un parlamento europeo di cui al di là della facile mangeria si fatica assai ad evincere il senso e delle amministrazioni provinciali che a breve potrebbero ritrovarsi a non amministrare più nulla, se la soppressione delle province da tempo ventilata finirà per andare in porto.

Preso atto della scarsa salienza della consultazione, ciò che più risulta avvilente sono i toni ed i contenuti espressi dalla sarabanda dei partiti politici, con l’unica eccezione costituita dalle piccole formazioni politiche (di destra come di sinistra) che comunque sono già state deprivate a priori dal parlamento della possibilità di tramutare in rappresentanza politica i voti dei propri elettori.

I “partiti che contano” o sperano di contare stanno affrontando la campagna elettorale con lo stesso spirito con cui ci si da vita ad una sonora scazzottata al bar dello sport, in merito al contestato rigore della domenica. Lo sfrenato egotismo ed il diffuso malanimo, stanno producendo fra PD e PDL ed i piccoli partiti a loro satelliti, ...


... una serie infinita di risse verbali, attacchi alla persona e insulti gratuiti del tutto fini a sé stessi, funzionali solamente alla volontà comune di non entrare nel merito delle gravi problematiche che affliggono il paese e l’Europa tutta.

Neppure una parola riguardo al Trattato di Lisbona, alla perduta sovranità monetaria, all’Europa dei burocrati tesa ad annientare il valore aggiunto costituito dalle peculiarità delle comunità che si vorrebbero ogni giorno di più sradicate dai propri territori e dalle proprie tradizioni. Silenzio totale in merito all’Europa della precarietà, dove si cannibalizzano i diritti dei lavoratori, depauperando oltre mezzo secolo di conquiste sociali

Neppure una proposta concreta attraverso la quale affrontare la vera crisi (non l’ologramma della crisi finanziaria) di un modello di sviluppo prossimo a defungere, per effetto della quale nel corso dei prossimi anni sempre più ampi strati della popolazione si vedranno privati della possibilità di realizzare un reddito che possa consentire loro una sopravvivenza dignitosa, a dispetto di tutti i cabalisti a pagamento che pronosticano la fine della crisi senza essere in grado di produrre una sola ragione in virtù della quale l’ipotesi dovrebbe realizzarsi. Neppure un minimo cenno di autocritica per avere dato vita ad un processo di globalizzazione tanto insensato quanto controproducente, a solo beneficio dei profitti di banche e corporation. Nessuna volontà di procedere ad una riflessione in merito allo strapotere dell’oligarchia finanziaria, i cui risultati in termini di disoccupazione, povertà diffusa e progressivo annientamento dei diritti, iniziano a farsi sentire in maniera devastante.

I partiti che contano non gradiscono parlare di politica, trattandosi di temi troppo complessi all’interno dei quali è facile scivolare. Immaginate Antonio di Pietro che ha reclutato in tutta Italia una marea di candidati “sensibili ai problemi ambientali” alle prese con temi come l’incenerimento dei rifiuti, la cementificazione del territorio e le grandi opere di cui si è sempre fatto portatore. Immaginate la Lega Nord posta di fronte al tema del trattato di Lisbona che cozza violentemente con i presupposti che sono alla base della sua stessa nascita. Immaginate Franceschini che oggi domanda finanziamenti a pioggia per i disoccupati, ma in due anni di governo si è guardato bene dal destinare loro un solo euro. Immaginate lo stesso Berlusconi chiamato a sostanziare le ragioni per cui i cittadini dovrebbero rimanere ottimisti di fronte alla chiusura generalizzata delle aziende e all’aumento della cassa integrazione di oltre il 300%. Per non parlare di SL di Nichi Vendola che ha reclutato all’interno della propria formazione politica perfino i Verdi in fase di dissoluzione, pur sostenendo apertamente il TAV, i rigassificatori e l’incenerimento dei rifiuti o dell’UDC di Casini/Caltagirone impegnato a sostenere la “famiglia” attraverso l’innalzamento dell’età pensionabile ed i valori cristiani per mezzo dell’aumento delle capacità militari europee.

Accantonata la politica che è scomoda e non fa chic, meglio allora fare proprio il modello “Amici” e “Buona Domenica”, dove la rissa verbale, l’insulto, la zuffa condita dai peggiori epiteti, conseguono un’ottima resa in termini di audience e se trasposti altrove possono rappresentare la falsariga di una campagna elettorale condotta unicamente “contro” l’avversario, senza l’ambizione di effondersi in alcuna proposta politica degna d’interesse. Ultimo esempio, ma solo in ordine di tempo, di quanto grottesca sia la classe politica italiana, lo ha reso ieri il leader pro tempore del PD Franceschini che impegnato ad attaccare Berlusconi, pur avendo migliaia di argomenti legittimi e concreti attraverso i quali poterlo fare, ha preferito le offese a livello familiare, con la conseguenza di ottenere una brutta figura e fare scendere ancora più in basso il livello di questa già avvilente campagna elettorale.
May 20

L'aporia fondamentale del pensiero democratico...

L'aporia fondamentale del pensiero democratico è presupporre che esso sia conforme a natura
di Francesco Lamendola - 20/05/2009

Fonte: Arianna Editrice [scheda fonte]

Sarebbe un grave errore pensare che il pensiero democratico sia intrinsecamente più «liberale» e più tollerante di una qualsiasi altra ideologia politica.
L'equivoco nasce dal fatto che è divenuto un luogo comune affermare che la democrazia è più debole - ma anche eticamente superiore - a ogni altro pensiero politico, per il fatto che essa si impegna a garantire la libera espressione del dissenso anche a quanti non la condividono, permettendo così ai suoi mortali nemici di prosperare e di godere di quegli spazi di manovra che essi, andati al potere, si affrettano a revocare nei confronti di tutti gli altri.
Ora, a parte il fatto che bisognerebbe spiegare ai detenuti di Guantanamo o alle vittime dei villaggi vietnamti, iracheni e afghani in che cosa consista tale supposta debolezza e tale supposta tolleranza, come pure agli abitanti di Hiroshima e Nagasaki, resta il fatto che se è vero che la democrazia predica il rispetto formale delle altrui opinioni, di fatto essa si ritiene l'unica ideologia politica realmente conforme a natura, in quanto basata sulle libertà naturali, e appunto perciò inalienabili, dell'uomo. (Notiamo, per inciso, che delle altre specie viventi la democrazia non fa parola, perchè, essendo una ideologia antropocentrica e sviluppista, considera del tutto normale che l’uomo possa disporre a suo piacere della natura).
Ne consegue che i cultori della democrazia non possono non guardare ad essa come a una realtà che, presto o tardi, finirà per imporsi ovunque, insieme al libero mercato, alle meraviglie della tecnologia e all'economia globalizzata: versione laica e post-moderna dello Spirito Assoluto di hegeliana memoria; oppure, se si preferisce, versione borghese del materialismo dialettico della Vulgata marxista. In entrambi i casi, si tratta della ferma convinzione che la propria idea politica corrisponde a una necessità della Storia e che, pertanto, presto o tardi finirà per imporsi ovunque: più o meno come i telai meccanici si sono imposti alle manifatture domestiche e hanno avuto la meglio (a suon di condanne a morte) sulla patetica resistenza dei luddisti, nell'Inghilterra della prima Rivoluzione industriale.
È ovvio che, se qualche società o qualche Stato si ostina a resistere un po' troppo a lungo alle «magnifiche sorti e progressive», allora un piccolo aiutino alla marcia trionfale del Progresso diventa lecito, se non addirittura doveroso: come si può tollerare, infatti, che alcuni esseri umani continuino ad essere esclusivi dai benefici della democrazia, loro «naturale» diritto? Di qui alla teoria della guerra preventiva, o a quella della guerra umanitaria, il passo è breve: e, come abbiamo visto, non ci vuole molto a compierlo, quando si verifichino le condizioni adatte.
Non vogliamo, tuttavia, impostare la presente riflessione sul terreno del pensiero politico, ma su quello della concezione antropologica presupposta dai sostenitori della «naturalità» della democrazia e della «innaturalità» degli altri sistemi politici.
Il pensiero democratico moderno (quello antico meriterebbe un discorso a parte, che ci riserviamo di svolgere in altro momento) è figlio del pensiero liberale; se non ci fossero stati l'Illuminismo e la Rivoluzione francese, non sarebbe nata l'idea democratica. A sua volta, il pensiero liberale è figlio del pensiero giudaico-cristiano: senza il messaggio evangelico della uguaglianza di tutti gli esseri umani davanti a Dio, non ci sarebbero stati Lock e  Rousseau, né gli «immortali principi» dell'89, al coro di «Liberté, Fraternité, Egalité». Ovvio.
Quello che è meno ovvio, a quanto pare, è che il pensiero democratico moderno ha fatto una deliberata confusione tra l'idea cristiana della eguaglianza spirituale degli uomini, in quanto figli di Dio, e quella della loro eguaglianza politica, in quanto soggetti dei medesimi diritti, cosa che presuppone, manifestamente, anche la loro eguaglianza, o equivalenza, in fatto di capacità intellettuali, di attitudini morali, di esercizio attivo della propria cittadinanza: il che è, altrettanto manifestamente, assurdo.
Eppure, lo slogan «un uomo, un voto», si regge proprio su questa deliberata confusione concettuale: si parte dalla (giusta) considerazione che ogni uomo deve godere di una pari dignità morale e giuridica, e si arriva alla (assurda) conclusione che ogni uomo è perfettamente in grado di svolgere una partecipazione attiva alla vita politica, esercitando il proprio diritto di voto e ricoprendo qualsiasi funzione amministrativa e politica; anche se, in realtà, non ne possiede né le capacità, né le attitudini e neppure il desiderio o l'interesse.
Questo non è affatto pessimismo antropologico, ma è quanto emerge da una spassionata e oggettiva valutazione dei fatti. Vi sono molte persone, diciamo pure la maggioranza, che non sono in grado di comprendere nemmeno le basi essenziali della politica; e che, nondimeno, esercitano esattamente lo stesso peso elettorale di chi possiede capacità eminenti e ogni altra attitudine per svolgere un ruolo altamente positivo nel contesto della vita associata.
E questo che diciamo per la politica, vale per ogni altro campo del pensiero e dell'attività umana; non solo: vale, prima di tutto, ed a maggior ragione, nell'ambito di qualsiasi forma di vita sociale, dalla più banale assemblea di condominio alla più sublime forma di servizio e di missione spirituale, quale può essere quella di un grande maestro religioso. Perché il fatto vero, evidente, innegabile, e che tuttavia i cultori della democrazia non vogliono vedere e si rifiutano di ammettere, è che esistono due grandi categorie di uomini (astraendo da quanti sono colpiti da forme di invalidità o malattia vera e propria): coloro i quali sentono, pensano e agiscono in profondità, e che sono guidati da un alto senso del dovere e della responsabilità; e coloro i quali vivono all'insegna della superficialità, della convenienza personale, della furbizia da quattro soldi.
Esistono, naturalmente, infinite sfumatue intermedie; ed esiste la possibilità di cambiamenti, per cui - talvolta - accade che degli esseri umani passino dall'uno all'altro di questi due gruppi fondamentali; ma, nel complesso, la distinzione che abbiamo fatta è quella su cui si regge la storia umana, per chiunque abbia occhi per vedere e non si lascia accecare da pregiudizi di alcun genere, per quanto «buonisti» e bene intenzionati.
Ebbene, è proprio questa semplice verità che ripugna profondamente ai cultori del pensiero democratico: pur di non rinunciare alla loro finzione di una umanità fondamentalmente omogenea, essi sono disposti a dare torto ai fatti di cinquemila anni di storia e ripetono, senza stancarsi mai, che, se opportunamente educato e indirizzato, anche l'uomo più meschino e insignificante può divenire un cittadino esemplare e un nobile sostenitore dei sacrosanti principi di libertà, fraternità e uguaglianza, ossia dei fondamentali diritti «naturali».
Lasciamo perdere, per ora, quanto di buona fede e quanto di mala fede ci possa essere dietro una posizione così palesemente assurda e insostenibile; lasciamo perdere, cioè, se dietro tanti integerrimi bardi del pensiero democratico non vi siano che dei prezzolati propagandisti dei poteri occulti, i quali hanno bisogno della menzogna egualitaria per poter meglio dominare e asservire la società, appiattendo e livellando l'opinione pubblica e spegnendo ogni focolaio di pensiero veramente libero e indipendente. Non è questo che ci interessa discutere, in questa sede; ne parleremo, semmai, un'altra volta.
Quello su cui ci preme riflettere, ora, è l'estrema fragilità, per non dire l'assoluta inconsistenza, della tesi secondo cui si potrebbe parlare dell'«uomo» e della «umanità» come se tali termini designassero delle categorie sostanzialmente omogenee, più o meno come si potrebbe parlare dell'insieme dei larici, delle betulle, dei leoni o dei delfini. A parte il fatto di avere due braccia, due gambe, due occhi e una bocca, nonché la stazione eretta, il pollice opponibile e un linguaggio di tipo vocale e articolato, gli esseri umani presentano delle differenze intellettuali e, soprattutto, spirituali, così profonde, da far pensare che non esista affatto un «genere umano», per il semplice fatto che la natura umana é un'astrazione, una meta ed un compito da realizzare eventualmente, non una realtà data.
L'uomo, insomma, è un dover-essere, non una creatura definita, se non a livello puramente biologico; ma quello che segna la differenza più grande fra uomo e uomo, è appunto il diverso grado di consapevolezza di tale verità. In altri termini, vi sono uomini (e donne) consapevoli di questo loro dover-essere, ed altri (e altre) che non lo sono affatto; uomini che si pongono lo scopo del proprio perfezionamento spirituale, che cercano di elevarsi intellettualmente e spiritualmente, di purificarsi, di vincere il proprio egoismo istintivo, di aprirsi all'amore disinteressato; ed altri che non ci pensano minimamente e, anzi, si ritengono moto in gamba ogni qual volta riescono a fregare il prossimo, a ingannare quanti si fidano di loro, a tradire i giuramenti più sacri: il tutto in nome del proprio successo materiale e della propria affermazione sociale.
Tale è la «materia prima» con la quale i cantori della democrazia pensano di poter erigere il loro splendido edificio; e la cosa è resa ancor più problematica dal fatto che le regole stesse della democrazia sembrano fatte apposta (e forse lo sono) per facilitare l'ascesa dei più ambiziosi, spudorati, cinici e disonesti, e non certo dei più riflessivi, onesti, leali e disinteressati; in breve: dei peggiori, e non certo dei migliori.
Non vogliamo trarre, da questo ragionamento, la conclusione che tutto il pensiero democratico è un diabolico inganno e che va gettato nel cestino della carta straccia; vogliamo trarne, invece, l'ammonimento a non porre la democrazia come un dato «naturale» o come un monumento sul piedistallo, da adorare incondizionatamente; ma, semmai, come un faticoso punto d'arrivo verso il quale bisogna tendere, ma mettendo in opera tutte quelle strategie che la possano rendere viva e operante, nella piena consapevolezza della estrema difficoltà di un tale progetto.
Due sono, infatti, i pericoli più grandi che minacciano la società democratica: uno è l'azione dei poteri occulti che, in essa, trovano il modo di dispiegare agevolmente tutta la loro malefica influenza; l'altro è la sfrenata demagogia dei suoi ottimistici sacerdoti i quali, astuti o folli - come direbbe il Leopardi de «La ginestra» - o ingannano sé medesimi, o vogliono ingannare il prossimo, allorché sostengono che gli uomini sono naturalmente portati alla libertà e, quindi, all'esercizio della democrazia.
Non è vero: la premessa è sbagliata. Erich Fromm ha mostrato in modo esemplare che molti uomini e intere società sono continuamente tentati di fuggire dalla libertà, come da un fardello insopportabilmente gravoso. E fuggono non solo, come pensava Fromm, in direzione dei totalitarismi, vere e proprie semplificazioni del modello politico-sociale e culturale; ma anche, più semplicemente - e, a nostro avviso, più tragicamente - verso il grande Nulla della stupidità, della volgarità e della insulsaggine oggi dilaganti.
Conosciamo personalmente, tanto per fare un esempio, persone che votano per il maggior partito attualmente al governo, per la ragione che il presidente del Consiglio è il presidente del Milan. Si badi: non perché egli è ANCHE presidente del Milan: ma PROPRIO perché è il presidente del Milan. A questo punto, è chiaro che l'interesse dei poteri forti - e, in gran parte, occulti - diventa, evidentemente, quello di agire su questo fondo di suprema stupidità, allo scopo di rendere gli esseri umani, se possibile, ancora più stupidi; e di avvilirli, facendoli sprofondare, se possibile, ancora più in basso. Sempre nascondendosi dietro gli slogan demagogici secondo i quali bisogna dare alla gente ciò che essa vuole: come dire che, se la gente vuole escrementi per colazione, pranzo e cena, quelli bisogna darle, beninteso con tutti i crismi della libertà e della democrazia.
Abbiamo già sostenuto, in un recente articolo, che gran parte degli esseri umani sono dei dormienti i quali, se destati dai loro sogni voluttuosi, tendono a diventare feroci e a rivoltarsi contro coloro i quali li hanno richiamati alla realtà. Allo stesso modo si può affermare che l'inganno della democrazia si basa sul fatto che quelli stessi che, sfruttando il potere mediatico, fanno di tutto per rincretinire il pubblico, sono proprio coloro i quali levano alte strida «democratiche» allorché qualcuno denuncia i loro secondi fini, accusandolo di disprezzare la volontà popolare.
Già: ma la volontà popolare non dovrebbe essere un feticcio sacro e intangibile: essa è una pura astrazione, sia perché facilmente manipolabile da pressioni esterne, sia perché risulta dalla somma aritmetica, e perciò disordinata e disarmonica, di situazioni umane fra loro incommensurabili, riflettenti la fondamentale bipartizione delle persone di cui si diceva prima.
Come si viene fuori da questa fondamentale aporia?
Semplice: non se ne viene fuori.
Una delle grandi illusioni della democrazia (mutuata da Hegel, che pure non era affatto un campione della democrazia) è che, grazie ad essa, si possa mediare tutto, risolvere tutto, appianare tutto. La democrazia, dunque, come «clavis universalis», come panacea per guarire tutti i mali, come bacchetta magica per risolvere tutti i problemi.  La democrazia come toccasana autoevidente, in quanto ideologia tipica - anzi, la sola ideologia legittima e riconosciuta - delle persone in buona fede, delle  «brave» persone.
Ma non è vero: ci sono cose che non si possono mediare, che esigono un salto qualitativo da parte del singolo individuo, se e quando egli decide di intraprendere il difficile cammino del proprio dover-essere, cosparso di ostacoli e poverissimo di gratificazioni che non siano quelle della propria coscienza.
I democratici, pertanto, devono spogliarsi dei propri complessi di superiorità; devono rivedere la bella favola che da se stessi hanno costruito intorno alla propria ideologia; e, soprattutto, devono liberarsi dallo spirito di crociata che li spinge a immaginare che il mondo intero soffra e gema nell'attesa impaziente di ricevere da loro il nuovo Vangelo della felicità universale.
Altrimenti andranno incontro a molte, dolorose sorprese; come quella di scoprire che, in certe parti del mondo, i Talebani o gli uomini di Al Qaida sono più popolari dei leader «democratici» insediati a forza in quel di Kabul o di Baghdad.
Non è vero che i democratici sono tutti bravi e buoni, mentre i non democratici formano un'unica massa di cattivi soggetti: questo fa parte della mitologia che i primi hanno costruito su di sé, con intollerabile arroganza e con illimitato narcisismo.
La democrazia è un sistema politico come un altro, con i suoi pregi e i suoi difetti; e, se può dare discreti risultati in determinati tempi e luoghi, non è però esportabile indiscriminatamente, specie in quelle parti del mondo che hanno costruito dei percorsi storici molto diversi da quello dell'Occidente. Come ogni altro sistema di governo, la democrazia va storicizzata: è il risultato di un determinato sviluppo politico, economico, sociale e culturale: non l'Alfa e l'Omega della storia umana.
Signori democratici, un po' di umiltà.
Il mondo era già civile quando non aveva ancora elaborato niente di simile alla democrazia. Le Piramidi d'Egitto, il Palazzo di Cnosso e la Grande Muraglia cinese sono stati edificati senza di essa; Omero, Dante e Leonardo da Vinci componevano le loro opere senza sentirne la mancanza; Platone aveva espresso nei suoi confronti una profonda disistima, specie dopo aver visto in che modo essa aveva condannato a morte Socrate,  «il migliore degli uomini». Per venire a tempi molto più vicini a noi, Pirandello, Gentile e Ungaretti non ci credevano; ma, volendo, l'elenco sarebbe assai lungo.
Ad ogni modo, ogni sistema politico che parta da una antropologia erronea è destinato a non reggersi: questa è la parte ancor viva della lezione di Machiavelli. L'ideologia democratica non vede l'uomo quale egli è veramente, ma attraverso le lenti deformanti del pregiudizio egualitario.
Ci si potrebbe chiedere come mai, allora, essa si sia conservata, e sia pure a fatica, dal XVII secolo ad oggi, e come sia riuscita ad estendersi da piccole repubbliche come i Paesi Bassi, alla superpotenza statunitense. Una possibile risposta, che certamente non piacerà ai democratici, è che essa è troppo utile ai poteri occulti, per volerla sostituire con altre forme di governo: si direbbe che essa sia la forma ideale per consentire il massimo dominio con la massima discrezione.
E, se qualcuno non ne fosse interamente persuaso, forse farebbe bene a domandarsi come mai la stampa e i mezzi d'informazione parlino così poco delle riunioni annuali del Gruppo Bilderberg o del meccanismo del signoraggio, che rende le banche padrone di fatto dell'economia di mezzo mondo: eventi i quali, d'altra parte, sono molto più significativi per i destini del mondo, che non l'elezione di questo o quel governo, o la transazione finanziaria di questo o quel gruppo industriale, naturalmente sanzionata da tutti i crismi della democrazia. Non è questa materia su cui riflettere seriamente?
Un'ultima, piccola postilla su cui riflettere. Mentre stiamo scrivendo, il correttore automatico del computer sottolinea in rosso le parole «Bilderberg» e «signoraggio», segno che non le ha riconosciute. Cosa altamente istruttiva: la cultura ufficiale delle democrazie non ha voluto recepire le parole che pesano enormemente sulle nostre vite, ma che tradiscono la lunghissima coda di paglia dei sistemi democratici.
Questa, crediamo, è la prova migliore del fatto che la democrazia, in pratica, non è quello che vorrebbe far credere di essere: e che tutte le libertà da essa sbandierate, a cominciare da quella del pubblico dissenso, diventano lettera morta, se si cade nella madornale ingenuità di pensare che esse siano garantite automaticamente.

May 06

L'altro Guevara

L'altro Guevara
Scritto da Simone Paliaga (Libero)   
Mercoledì 06 Maggio 2009 07:46

Avventuriero anticapitale. Il Che piaceva a destra. Ernesto Guevara de la Serna, presente!

Ernesto Guevara de la Serna, presente! Sulle prime potrebbe sembrare una scena tratta dal film “Fascisti su Marte”, del ritocco di un file o semplicemente di uno scherzo.

Che infervorati no global portino, tatuati sul braccio, effigi di Ernesto Che Guevara non stupisce nessuno. Che alle manifestazioni della Cgil sfilino bandiere rosse con sopra riprodotto il volto del guerrigliero argentino sembra lapalissiano. Ma il mito del rivoluzionario argentino riecheggia su lidi inattesi. Molti risponderebbero che è ovvio, basta guardarsi in giro. Il Che è diventato uno strumento di marketing e di commercio: magliette, spille, collezionabili da edicola, libri, Dvd…

Casi per niente isolati

Insospettabile forse che nell’altra metà del cielo, quello nero, molti cuori abbiano palpitato e ancora palpitino per il guerrigliero argentino. Tra i neofascisti, i nazionalrivoluzionari e i fascisti rossi la figura di questo compagno tanto amato a sinistra, suscita entusiasmi inattesi. E non dell’ultima ora, adesso che il gusto per il postfascismo o per i ripensamenti diventano moneta corrente.

Nell’ammirazione neofascista del Che si canta il gusto dell’avventura, le scelte dettate dallo stile piuttosto che dall’ideologia, l’atto gratuito, insomma il “Me ne frego”. Di questo amore folle racconta l’ultima fatica di Mario La Ferla in “L’altro Che. Ernesto Guevara mito e simbolo della destra militante (Stampa Alternativa).

Non è un’infatuazione peregrina dei nazionalrivoluzionari nostrani. All’inizio fu Juan Domingo Peròn, il presidente dell’Argentina, che certo non può dirsi progressista. Negli anni dell’esilio in Spagna dopo essere stato rovesciato da una giunta militare appoggiata da Washington, non ci pensò due volte ad accogliere, con il beneplacito di Francisco Franco, il Che al suo arrivo in terra iberica.

E fu lo stesso presidente argentino, sembra, a mettere in contatto il Che con Boumedienne, uno dei capi del Fronte di liberazione e poi presidente dell’Algeria. Non è un caso unico, isolato.

Anche Jean Thiriart, fondatore di Jeune Europe, uno dei primi movimenti europeisti catalogati a destra, non ha esitato negli anni Sessanta a innalzare la bandiera del guerrigliero argentino. Se il programma del politico belga ruotava attorno al motto “né con Washington né con Mosca”, chi meglio di Guevara poteva rappresentarlo: detestato dai sovietici e odiato dagli americani perché voleva un’America Latina libera, era l’icona perfetta.

E in Italia? I primi a cantare le vicende del Che non furono i contestatori di sinistra. Accade al Bagaglino, il celebre cabaret romano, fucina della satira nostrana di destra che coltivò parecchi talenti, da Oreste Lionello a Pippo Franco. Tra i suoi fondatori c’era anche Pierfrancesco Pingitore. Una sera, quando il gruppo si riunisce per discutere il programma dei giorni successivi, giunge all’improvviso una telefonata che lascia tutti di stucco. E’ arrivata tra gli artisti romani la notizia della morte del Che. Non passa qualche ora che alla mente di Pingitore s’affaccia un’idea: “Dobbiamo scrivere una ballata che ricordi il Che”.

Nell’arco di qualche giorno parole e musica (questa composta da Dimitri Gribanowski) sono pronte e la voce non manca. Sarà Gabriella Ferri a incidere un 45 giri con “Addio Che”, che finisce con “a piangere per te/ verremo di nascosto/ le notti senza luna”.

Un disco che sul lato B proporrà una canzone, composta questa volta da Pino Caruso, che diventerà poi una hit presso la musica underground della destra irregolare: “Il mercenario di Lucera”, la storia di un soldato di ventura morto in Congo.

Vite diverse, certo, contenuti ideologici differenti ma entrambe esistenze votate all’avventura. E’ questa la ragione del fascino del Che. Nessuno si nascondeva la spietatezza, l’efferatezza di cui è stato capace, ma quella era una generazione che veniva dalla guerra e di uomini spietati e efferati ne aveva conosciuti… Nel mondo ideologizzato della sinistra, dove è chiaro chi siano i buoni e chi i cattivi, questa passione non può che suscitare ribrezzo. Impensabile che un rivoluzionario dedito alle sorti progressive dell’umanità sia avvicinato a un mercenario partito per l’Africa.

Il fascino della causa persa

Ma per i cuori neri, entrambi stanno dalla parte dell’avventura e rappresentano l’atto di irrisione nei confronti della fine, esaltato nel motto dei falangisti spagnoli: “Viva la muerte!”. Il Che lascia un comodo posto di ministro, in cui certo non brillava, per combattere di nuovo, allo stesso modo in cui il soldato cantato da Pino Caruso parte per l’Africa nera abbandonando la sua Puglia.

L’intraprendenza della destra italiana non si ferma. Il fascino dell’avventuriero non si estingue. In fondo non si tratta forse di un altro modo di dedicarsi alle cause perse? Adriano Bolzoni, reduce della Repubblica Sociale Italiana, autore di sceneggiature di numerosi film pensa di preparare un brogliaccio per poi girare un film dedicato a Ernesto Guevara. Non ci mette molto e una volta pronto contatta Pier Paolo Pasolini che gli consiglia di rivolgersi a Paolo Heusch, un regista di lungo corso. A lui si deve oltre alla riduzione per lo schermo di “Una vita violenta” di Pasolini, la regia del “Comandante” con Totò oltre che ai primi tentativi di cinefantascienza e all’horror d’esordio del cinema italiano “Lycantropus”.

Le riprese della pellicola sul Che avvengono in Sardegna e raccontano gli ultimi giorni della sua vita in Bolivia, quelli che precedono la cattura. Non sarà un successo al botteghino ma di certo è la testimonianza che ben prima della sinistra è stata la destra a interessarsi delle sorti del Che.

Hasta la victoria siempre

Più vicino a noi, nel 1995, Franco Cardini conclude un ricordo del Che, paragonato a Don Chisciotte, con il celebre “Hasta siempre, Comandante!”. Gli farà eco Gabriele Adinolfi, fondatore di Terza posizione, con il testo “Lotta e vittoria, Comandante! Perché da fascista lo onoro”, evocando il libro di Julius Evola “La dottrina aria di lotta e vittoria”. Anche Giano Accame su “Il Borghese” accostava Ernesto Guevara a Evola, Guénon e von Salomon.

E potremmo arrivare da ultimo, notizia del dicembre 2008, perfino a Diego Armando Maradona, che pur recando al braccio il tatuaggio del Che, non nasconde di portare in tasca la tessera del Partito giustizialista fondato da Peròn. “Che problema c’è –ribadisce el pibe de oro- entrambi erano uniti dall’odio per l’America”.

Una sbandata, quella di certa destra, per il Che dunque “che è stata occasionale –conclude La Ferla- ma non di certo casuale”.


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Giorgio Vale

Giorgio Vale
Scritto da nerononpercaso-go.il cannocchiale.it   

 

Ventisette anni fa veniva ucciso a Roma

Giorgio Vale (Nar) morì il 5 maggio 1982 durante un'irruzione delle forze dell'ordine nell'appartamento in cui si era asserragliato. La morte di Vale avvenne in circostanze misteriose: nell'appartamento nel quale si trovava furono sparati centinaia di colpi da parte dei poliziotti, e a tutt'oggi non si è voluto stabilire scientificamente come sia morto.

Luogotenente di Roberto Nistri, dopo il suo arresto nel dicembre del 1979, ne aveva preso il posto alla testa dei Nuceli Operativi di Terza Posizione; quindi, nel tentativo comune di far evadere Concutelli, si era unito a Fioravanti finendo così nei Nar. Dopo il di lui arresto e la scarcerazione di Nistri era tornato di fatto il luogotenente di quest'ultimo che aveva preso a comandare i nuovi Nar. Dopo l'uccisione di Vale e il nuovo arresto di Nistri, a poco più di un mese dalla morte di Giorgio, i Nar entraeranno nella terza fase che durerà un altro biennio fino all'arresto di Gilberto Cavallini.